ANTONINO CANNAVACCIUOLO: IL GIGANTE BUONO DELLA CUCINA ITALIANA

Immaginate un bambino di otto anni. È il 1983, la Campania è caldissima, e questo bambino cammina accanto a suo padre lungo i corridoi di una cucina professionale. Attorno, tutto è rumore, vapore, fuoco, odori sovrapposti che si accumulano come strati di storia. Il bambino guarda tutto, studia le mani, annusa l’aria. E dentro di sé, senza ancora avere le parole per dirlo, capisce che quella roba lì — quel trasformare ingredienti semplici in qualcosa che fa sorridere la gente — è la cosa più bella che esista al mondo. Quel bambino si chiama Antonino Cannavacciuolo. Cinquant’anni dopo, colleziona stelle Michelin come altri collezionano figurine.

TICCIANO, LA RADICE DI TUTTO
Dimenticare Ticciano, la piccola frazione di Vico Equense in cui è nato, significherebbe dimenticare chi è. Crescere lì significa avere come sfondo visivo il Golfo di Napoli, il Vesuvio che fuma in lontananza, i limoni enormi che pendono dai rami come lanterne gialle, il pesce che arriva freschissimo ogni mattina. Suo padre Andrea era anch’egli cuoco — e insegnante presso la scuola alberghiera dove Antonino avrebbe poi studiato. Cannavacciuolo non è venuto alla cucina per caso: ci è venuto per genetica, per osmosi familiare, per quella trasmissione silenziosa del sapere che avviene quando un figlio guarda fare il padre. Il primo approccio autentico con la cucina lo ha avuto però con sua nonna, che gli ha insegnato a fare il ragù e si è fatta aiutare con la genovese. La genovese. Quello stufato di cipolle e carne che richiede ore di cottura paziente, che profuma un appartamento intero, che è tutto il contrario della cucina veloce e della cucina spettacolo. Cannavacciuolo ha ancora oggi le candele alla genovese in carta a Villa Crespi, “perché è il primo ricordo che ho da bambino, a casa di nonna.” Tre stelle Michelin, un impero da dieci milioni di fatturato — e il piatto che resta in carta è quello della nonna. Se questo non vi racconta tutto sull’uomo, niente lo farà.

LA FORMAZIONE: DAL RIGORE FRANCESE ALL’INCONTRO CON CINZIA
Dopo il diploma, seguono periodi di stage in due ristoranti francesi nella regione dell’Alsazia: l’Auberge de l’Ill di Illhaeusern e il Buerehiesel di Strasburgo. Due templi. È qui che il ragazzino campano apprende la lingua universale della grande cucina: il rigore, la pulizia, la coerenza del gesto. Il fatto che un piatto non è finito quando è buono, ma quando è esatto. Poi Capri, poi il Grand Hotel Quisisana — altra scuola, altra atmosfera. Quello che emerge è uno chef con una struttura duale perfettamente consapevole: il calore meridionale e l’istinto narrativo del Mediterraneo da una parte, la disciplina tecnica della tradizione francese dall’altra. Non una contraddizione — una risorsa straordinaria. Nel 1995 arriva all’Hotel San Rocco sul Lago d’Orta, con un contratto stagionale e modesto. È gavetta pura, ma è anche il posto dove incontra Cinzia Primatesta. I due, prima ancora di sposarsi, diventano soci in affari, gestendo insieme le varie attività. Manager di rango, visione imprenditoriale affidabile e tagliente: Cinzia è la struttura che tiene in piedi l’edificio. Antonino è il cuore pulsante che lo rende vivo. L’uno senza l’altra sarebbe meno.

VILLA CRESPI: UNA FAVOLA MORESCA SUL LAGO D’ORTA
Nel 1999 aprono Villa Crespi con il sogno di renderla un punto di riferimento per l’ospitalità italiana votato alla cucina e al buon gusto. La Villa è una follia bellissima: una dimora di fine Ottocento in stile moresco, tanto imponente nell’aspetto esterno quanto affascinante nelle sale interne. Cupole arabescate, un minareto che domina il lago, intarsi orientali sulle facciate — Villa Crespi sembra uscita da un romanzo di Calvino. E in mezzo a tutto questo, un cuoco campano con le mani del Mediterraneo e la testa dell’Alsazia che cucina come se ogni piatto dovesse fermare il tempo. La prima stella Michelin arriva nel 2003, la seconda nel 2006. Poi sedici anni di lavoro forsennato, di ricette affinate fino all’osso, di pazienza — la stessa pazienza della genovese della nonna. Nel 2022 arriva la terza stella: un traguardo sognato per anni, che Cannavacciuolo e Cinzia accolgono come la ricompensa di tutti i sacrifici. Sedici anni tra la seconda e la terza stella. Sedici anni in cui qualcuno avrebbe potuto abbassare le ambizioni. Lui no.

LA CUCINA: IL DIALOGO PERMANENTE TRA NORD E SUD
Se dovessi descrivere la cucina di Cannavacciuolo in una sola immagine, penserei a un confine. Non una barriera — un luogo di scambio. La cucina attinge a piene mani dalla cultura gastronomica partenopea e mediterranea, ma viene trasformata con tecniche e preparazioni affini alle cucine d’Oltralpe: il risultato è una carrellata di piatti eleganti e opulenti, che volutamente rifuggono i forti contrasti palatali. La parola chiave è “volutamente”. In un’epoca in cui la cucina d’avanguardia ama l’acidità aggressiva e le texture che disorientano, Cannavacciuolo sceglie deliberatamente l’armonia. I suoi piatti non gridano — cantano. Il Tonno Vitellato capovolge il vitello tonnato piemontese con ironia elegante. I Plin di anatra con salsa al latte di bufala mettono Piemonte e Campania in un boccone solo. La Linguina di Gragnano con calamaretti e salsa al pane di segale, in carta dal 2005, è forse il piatto che racconta meglio vent’anni di vita vissuta tra due mondi. La sua filosofia è semplice e definitiva: “Cucinare, per me, è sentire il richiamo dei luoghi in cui sono cresciuto.”

LA TELEVISIONE E L’UOMO CHE BUCAV LO SCHERMO
Nel 2013 accade qualcosa di decisivo. Con Cucine da incubo, la versione italiana del format di Gordon Ramsay, Cannavacciuolo debutta in televisione. Il format era stato colonizzato dall’estetica da sergente istruttore — urla, insulti, piatti sbattuti. Lui fa la stessa cosa in modo radicalmente diverso. Arriva con quella statura imponente — 191 centimetri — e invece di intimidire, abbraccia. Invece di demolire, ricostruisce. Il pubblico lo ama immediatamente. Perché Cannavacciuolo a telecamere accese è esattamente come Cannavacciuolo a telecamere spente. Non c’è costruzione, non c’è personaggio — c’è solo lui, con l’accento che non ha mai voluto correggere, le emozioni che non ha mai imparato a nascondere, quella genuinità meridionale che in un Paese di personaggi costruiti a tavolino risulta quasi commovente. Dal 2015 entra nella giuria di MasterChef Italia: con la sua empatia e la sua inconfondibile ironia, diventa una presenza insostituibile del programma.

A FINE PASTO: UNA RIFLESSIONE
“Ora che vivo con la mia famiglia sul lago d’Orta, in Piemonte, una terra tanto distante dalla mia quanto stimolante, riesco comunque a sentire ancora i profumi della mia amata Campania — i limoni di Sorrento, il ragù della mia cara nonna, il pesce appena pescato.” Ecco il cuore di tutto. Non la tecnica, non le stelle, non il fatturato. Il ragù della nonna che profuma ancora nella memoria di un uomo di cinquant’anni vissuto al Nord per trent’anni. Cannavacciuolo ha preso Ticciano, lo ha messo in valigia, e lo ha portato sul Lago d’Orta. Lo ha mescolato con l’Alsazia, con il Piemonte, con tutto quello che ha imparato lungo la strada. E ne è venuto fuori qualcosa che non è né Sud né Nord, né tradizione né innovazione — è semplicemente lui. E lui, evidentemente, vale tre stelle Michelin. Abbondare è meglio che deficere. In cucina come nella vita.